Che coss’è l’amor

Il mio amico è distrutto. La sua donna lo ha lasciato, gli ha detto che è finita.

Gli ho spiegato che non deve abbattersi, sono cose che accadono ogni secondo nel mondo, accadono anche più volte in una vita. Le persone si incontrano, a volte decidono di percorrere un tratto di vita insieme, qualche volta è per sempre, qualche volta sono pochi passi.

Esercizio assai difficile è quello della convivenza, ancor di più crescere dei figli. L’equilibrio tra le due parti a volte pare perfetto, soprattutto all’inizio della relazione, poi la superficie liscia e levigata della vita insieme comincia impercettibilmente ad incrinarsi. Si corre ai ripari, a volte si riesce ad accomodare, a volte si fa ancora più danno. Quasi sempre nulla sarà più come prima e poi in alcuni casi si arriva al compromesso più o meno esplicito (“mando giù un po’ di amaro ma tengo duro”), in altri casi si prende una decisione coraggiosa ma dura: basta.

Il mio amico piange, non ci vuole credere. Gli spiego con affetto che sta elaborando il lutto del suo amore e se vuole farsi una birra in più o una sigaretta dietro l’altra, nessuno lo biasimerà. Ci siamo passati quasi tutti.

A lui non l’ho confessato ma mi chiedevo, cos’è questo amore di cui parla? La bellezza del partner? Una perfetta intesa sessuale? Fare tante cose insieme, viaggiare, mangiare, andare a teatro? O anche solo guardare un vecchio film in tv? Progettare la propria vita insieme? L’unione di tutte queste cose?

Il fatto che me lo chieda vuol forse dire che non ho mai amato?

O forse ho amato e non lo sapevo?

Il mio amico ripiange. Lo lascio solo. Ci vorrà un po’ di tempo…

 

 

That’s life, that’s what people say.                                                                   You’re riding’ high in April,                                                                               Shot down in May.

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Catch

Credo di aver colto, una volta, l’attimo esatto in cui sono stato felice.

L’ho sentito distintamente. L’ho letto negli occhi del mio amore, l’ho sentito nei canti dei miei figli.

È stato magnifico. Sapevo che la Felicità era lì con me e, nonostante avessi la certezza che mi avrebbe lasciato di lì a poco, non mi angosciavo perché ero sicuro che il ricordo di quel momento non mi avrebbe mai abbandonato.

It’s no game

Circola lo spot di una banca che pubblicizza i propri prestiti dove si vede una famigliola davanti alle vetrine di un mobilificio. La bimba zompetta davanti alla cameretta dei suoi sogni e la madre, pronta, sfodera lo smartphone e richiede al volo un prestito. Stacco (come dice il Sorrentino di Crozza), et voilà: la famigliola è a casa, ovviamente con la cameretta desiderata dalla mocciosetta che continua pervicacemente a zompettare. Tutta la vicenda è, come al solito, condita dalle risate di mamma, papà e piccoletta.

Solo io lo trovo fastidioso?

Che novità è, si dirà? È dai tempi di Carosello che il consumo va a braccetto con l’allegria, che il prodotto è presentato come portatore di gioia nelle nostre vite. A mio parere la differenza è che negli anni sessanta c’erano più soldi da spendere, il lavoro in fabbrica portava stipendi sicuri, il ricordo della fame patita in guerra non era tanto lontano, arrivavano un sacco di novità tecnologiche che miglioravano la nostra vita, il consumismo italiano era agli albori, sfrenato e spensierato.

Ma oggi? Possibile che le pubblicità abitate da famiglie perfette e da gruppi di amici superfighi che riescono sempre a divertirsi e non hanno mai problemi non abbiano ancora stufato? Il gioco dell’immedesimazione del pubblico usato dai pubblicitari non è ancora chiaro? Possibile che qualcuno si illuda ancora che con i prodotti si acquisisca davvero uno status? Che una crociera o un fuoristrada ci possano avvicinare di un gradino all’empireo degli arrivati?

Mi viene un dubbio: non sarà che quasi a nessuno interessa squarciare quel velo? Forse tante persone vivono meglio sognando di essere come loro, i sorridenti che popolano gli spot, di vivere quelle vite speciali piuttosto che la propria con tutti i problemi che la costellano. Forse con quello smartphone la loro vita sarà davvero migliore.

Quindi chiedere un prestito in banca per prendersi un pezzetto di felicità, che sarà mai? Un gioco da ragazzi perché lo puoi fare da un’app!

No. 

Non è un gioco.

Cose che non capisco

Tra le tante fotografie belle e terribili che ho visto un anno fa alla mostra del World Press Photo, una in particolare continua ad aggirarsi come uno spettro nella mia mente. Lo scatto è di Ronghui Chen e ritrae un operaio in una fabbrica di decorazioni natalizie nell’est della Cina, una zona da dove proviene il 60% delle decorazioni vendute nel mondo. Rassegnato, le braccia abbandonate lungo i fianchi, lo sguardo esausto, l’uomo è immerso in un’atmosfera irreale dominata dal rosso; sembra scattata su un set di Kubrick. Terribile, un fascio di luce rivela le particelle di materiale colorante che infestano l’aria di  quella stanza. A sigillo della triste metafora lì rappresentata, il cappellino di Babbo Natale sul capo del disgraziato.

Così quando l’altro giorno ho visto sullo scaffale di un noto mobilificio svedese una confezione di decorazioni rosse, il pensiero è corso a quell’operaio. Bè, mi son detto, non sono in un centro commerciale qualsiasi, qui sono così attenti alla sostenibilità, alle comunità locali, sicuramente non saranno prodotte in…. P.R.C.! Questa l’inequivocabile scritta che ho letto sull’etichetta…

Forse le decorazioni sullo scaffale della multinazionale svedese non arrivano proprio da lì, dove lavora il tizio con il cappello da Babbo Natale in mezzo alla polvere rossa, forse io compro inconsapevolmente da anni oggetti prodotti in fabbriche come quella, forse le palline dell’albero di Natale che appendevo a cinque anni erano fatte in Italia da operai che lavoravano in condizioni simili a quelle del cinese della foto, forse mi faccio troppi problemi come Caparezza.

Ma ormai c’è stato un corto circuito nella mia mente che associa questi prodotti a basso costo a delle misere condizioni umane e non voglio ignorarlo. Se i Signori del Consumo hanno deciso che per festeggiare la ricorrenza della nascita di colui che ha esaltato gli Ultimi, si debba acquistare un set di pigne di plastica rosse lucide fatte a quattromila chilometri da qui da un disperato sottopagato per arricchire tutti quelli che stanno in mezzo alla catena del commercio, fate pure. Ma senza di me! Sono cose che non capisco? Può darsi ma io devo pur cominciare da qualche parte a cambiare non dico il mondo ma almeno il mio mondo.

A casa nostra, sull’albero di Natale quest’anno niente palline o pigne rosse ma, per dire, tanti bei cuori in lana usciti dalle abili mani di Carla.

The Turn of a Friendly Card

L’importante è che la morte ci trovi vivi.   (Marcello Marchesi)

È possibile trovare un senso in una vicenda come quella di Siradji, un immigrato della Guinea Bissau che passa indenne attraverso tante peripezie e, appena riesce ad ottenere un’esistenza serena in Italia, muore per un perfido scherzo del destino?

Ha senso trascorrere le nostre vite inseguendo la felicità, la ricchezza o cercando anche solo di costruirsi un futuro tranquillo, quando ogni giorno sentiamo di vite spente nel volgere di pochi secondi e in modi imprevedibili?

In sintesi, vi è un significato nella nostra permanenza terrena? E se la risposta è , qual è?

Di fronte a simili quesiti, preferisco sempre cavarmela con un po’ di vecchio e sano humor. Magari quello inglese dei Monty Python.

No Time No Space

Ieri ha chiuso la mostra David Bowie Is a Bologna.

Per un fan di vecchia data come me era un’occasione imperdibile, così qualche settimana fa sono andato al Mambo ad immergermi nel favoloso allestimento del Victoria and Albert Museum: abiti di scena, manoscritti, oggetti, video. La storia del giovane David Robert Jones, la sua progressiva trasformazione in David Bowie, l’ascesa inarrestabile fino all’empireo del rock.

È stata un’esperienza quasi onirica: niente tempo né spazio…

Ero un turista nei miei ricordi, nella mia passione.

Ero il bambino stupefatto con gli occhi sgranati davanti al proprio eroe.

Ero il vecchio che piange l’amico di una vita, perso per sempre.

 

Photo by The Strand Theatre on Vimeo

Sunday morning

Domenica mattina.

Prendersela con molta calma, girare a vuoto per casa, colazione, musica, pc… Oppure uscire e andare a scoprire l’ennesimo angolo di città di cui ancora sai poco o niente? Fortunatamente, domenica scorsa ha prevalso la voglia di scoprire, di conoscere qualcosa di nuovo.

Vengo casualmente a sapere di una visita guidata gratuita (!) alla Cavallerizza di Torino, la mia compagna ed io diamo un calcio alla pigrizia e alle dieci e mezza siamo lì. Prima dell’inizio saremo un discreto gruppetto, come si vede dalla foto in alto.

Che fortuna avere a disposizione due docenti di architettura che hanno voglia di condividere la propria cultura! Ascoltandoli mi rendo conto di ciò che solo ora sembra evidente: la Cavallerizza altro non è che il proseguimento del complesso Prefettura-Archivio di Stato come si vede bene dall’alto. Questo complesso di edifici era un vero e proprio centro di comando dei Savoia. Per due ore Anna Gilibert e Giovanni Lupo, i due architetti che ci hanno donato un po’ del loro sapere, ci hanno fatto viaggiare nel tempo, raccontandoci le alterne fortune della Cavallerizza, dal ‘500 sino ad oggi.

Oltre al patrimonio architettonico, a quello artistico, a quello dei parchi, a Torino abbiamo un patrimonio umano rappresentato dagli storici, dagli architetti, dai letterati e da tutti coloro che sono la Cultura cittadina. Io credo che una buona amministrazione pubblica debba fare tesoro di queste persone e guardare al progresso con le radici ben salde nella propria storia. Mi piacerebbe che il futuro della mia città non fosse una colata di cemento ma una cascata di investimenti per il recupero di questi gioielli architettonici troppo a lungo lasciati al degrado.

Meno grattacieli, più Cavallerizze!