It’s no game

Circola lo spot di una banca che pubblicizza i propri prestiti dove si vede una famigliola davanti alle vetrine di un mobilificio. La bimba zompetta davanti alla cameretta dei suoi sogni e la madre, pronta, sfodera lo smartphone e richiede al volo un prestito. Stacco (come dice il Sorrentino di Crozza), et voilà: la famigliola è a casa, ovviamente con la cameretta desiderata dalla mocciosetta che continua pervicacemente a zompettare. Tutta la vicenda è, come al solito, condita dalle risate di mamma, papà e piccoletta.

Solo io lo trovo fastidioso?

Che novità è, si dirà? È dai tempi di Carosello che il consumo va a braccetto con l’allegria, che il prodotto è presentato come portatore di gioia nelle nostre vite. A mio parere la differenza è che negli anni sessanta c’erano più soldi da spendere, il lavoro in fabbrica portava stipendi sicuri, il ricordo della fame patita in guerra non era tanto lontano, arrivavano un sacco di novità tecnologiche che miglioravano la nostra vita, il consumismo italiano era agli albori, sfrenato e spensierato.

Ma oggi? Possibile che le pubblicità abitate da famiglie perfette e da gruppi di amici superfighi che riescono sempre a divertirsi e non hanno mai problemi non abbiano ancora stufato? Il gioco dell’immedesimazione del pubblico usato dai pubblicitari non è ancora chiaro? Possibile che qualcuno si illuda ancora che con i prodotti si acquisisca davvero uno status? Che una crociera o un fuoristrada ci possano avvicinare di un gradino all’empireo degli arrivati?

Mi viene un dubbio: non sarà che quasi a nessuno interessa squarciare quel velo? Forse tante persone vivono meglio sognando di essere come loro, i sorridenti che popolano gli spot, di vivere quelle vite speciali piuttosto che la propria con tutti i problemi che la costellano. Forse con quello smartphone la loro vita sarà davvero migliore.

Quindi chiedere un prestito in banca per prendersi un pezzetto di felicità, che sarà mai? Un gioco da ragazzi perché lo puoi fare da un’app!

No. 

Non è un gioco.

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